a cura di Bruno Marfé
Oggi sono 18 anni dalla Strage di San Gennaro. Chi abita qui lo sa: non è una data sul calendario, è una ferita che si riapre ogni 18 settembre, davanti a quella sartoria al km 43 della Domiziana dove morirono sette persone.
Una era Antonio Celiento, gestore di una sala giochi. Le altre sei erano ragazzi africani — muratori, carrozzieri, sarti, un barbiere — che non avevano nulla a che fare con la criminalità, nonostante per anni si sia provato a raccontarla diversamente. Le indagini l'hanno chiarito senza ombra di dubbio.
I loro nomi: Kwadwo Owusu Wiafe (Ghana, 1980), Ibrahim Alhaji (Ghana, 1989), Karim Yakubu "Awanga" (Ghana, 1980), Kuame Antwi Julius Francis (Ghana, 1977), Justice Sonny Abu (Ghana, 1982), Eric Affun Yeboah "Taller" (Ghana, 1983).
E poi c'è Joseph Ayimbora, che si salvò fingendosi morto sotto i colpi, e che con quella scelta permise di mandare all'ergastolo il commando di Setola. Ci ha lasciato nel 2012.
Cosa abbiamo trovato stamattina
Come ogni anno, la comunità si è ritrovata per "Quel sangue non muore". La stele — i due tubi intrecciati, bianco e nero, con la corda rossa e la targa d'ottone — è fissata a terra, davanti al pilastro, come sempre.
Ma quel pilastro, alle sue spalle, fa tenerezza: intonaco a pezzi, ferri arrugginiti allo scoperto, cemento che si sgretola. Non sta crollando, ma è lì, visibilmente abbandonato…
Una proposta per Ischitella
E se, invece di intonacare tutto e girarci lo sguardo, lasciassimo il pilastro proprio così com'è — messo in sicurezza, ma volutamente lasciato nel suo degrado? Sarebbe la prova, tangibile, di quanto Ischitella venga trascurata ogni giorno, non solo il 18 settembre.
E davanti a quel degrado, diamo finalmente alla stele il rispetto che merita: restaurata, illuminata, su un nuovo basamento in corten con i nomi ben leggibili anche di notte.
Il degrado resta lì, a denunciare. La memoria si eleva.
Lanciamo un piccolo bando di idee, aperto a chi vive e studia qui — architetti, artisti, studenti — perché la memoria non si fa con una targa. Si fa prendendosene cura, tutti insieme.
Chi vuole partecipare all'idea, o solo dire la sua, può scrivere alla redazione di Basso Volturno.
bassovolturno@libero.it
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