di Bruno Marfé
Ieri, a Ischitella, si è svolta la cerimonia per ricordare le vittime di quella strage. Una giornata nella quale parole come memoria, legalità, istituzioni, impegno e rispetto tornano inevitabilmente al centro della scena.
Peccato che, proprio davanti al luogo della commemorazione, la scena fosse quella di un pilastro sgretolato, con i ferri a vista e l’intonaco ormai caduto.
E allora qualche domanda diventa inevitabile.
Ho lavorato per anni al Comune di Napoli. Erano altri tempi, certo, e non ho alcuna intenzione di idealizzare il passato. Ma posso dire, per esperienza diretta, che quando si preparava una commemorazione in un luogo simbolico, soprattutto alla presenza delle istituzioni, il problema veniva affrontato.
Non servivano necessariamente grandi lavori. Spesso bastava una soluzione provvisoria. Si metteva una pezza, si copriva, si sistemava. Si cercava, in ogni modo possibile, di fare in modo che quel luogo fosse almeno dignitoso per il tempo necessario alla cerimonia.
Era il minimo dovuto.
Ieri, invece, quel degrado era lì. In bella evidenza. Proprio mentre si ricordavano persone che hanno perso la vita in una delle pagine più dolorose della storia di questo territorio.
Non è il degrado, naturalmente, a cancellare il valore della memoria. E non è detto che chi ha organizzato la cerimonia sia responsabile delle condizioni in cui quel luogo versa da tempo.
Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più semplice: nessuno, prima della cerimonia, si è posto il problema?
Nessuno ha guardato quel pilastro e pensato che forse non fosse quello il contesto nel quale deporre una corona, pronunciare discorsi, schierare rappresentanti delle istituzioni e chiedere attenzione e rispetto?
Perché una commemorazione non è soltanto ciò che si dice. È anche ciò che si fa. È il modo in cui ci si prende cura del luogo nel quale si decide di ricordare qualcuno.
Le parole, senza i fatti che dovrebbero sostenerle, rischiano di diventare una ritualità vuota. E quando si parla di memoria, legalità e rispetto delle regole, la forma non è un dettaglio: è parte stessa del messaggio.
Per questo, paradossalmente, una semplice corona di fiori deposta in silenzio avrebbe potuto essere più significativa.
Niente discorsi. Niente passerelle istituzionali. Niente fotografie davanti a un pezzo di degrado che, proprio in quel momento, diventava quasi il protagonista involontario della cerimonia.
Una corona. Un minuto di silenzio. E magari l’impegno, concreto, a restituire dignità a quel luogo.
Sarebbe stato un gesto più sobrio, ma forse anche più onesto.
Non hanno fatto una gran bella figura le autorità presenti. Non perché la loro presenza fosse fuori luogo, tutt’altro. Ma perché proprio la presenza delle istituzioni avrebbe dovuto comportare una responsabilità in più: vedere ciò che gli altri magari non vedono, o che hanno imparato a non vedere più.
Avrebbero dovuto porsi una domanda elementare: è questo il luogo nel quale vogliamo ricordare i nostri morti?
E se la risposta fosse stata «no», sarebbe bastato poco per fare diversamente.
È questo, alla fine, il punto. Non una questione estetica. Non una pretesa di perfezione. Non il solito rimpianto per «quando le cose funzionavano».
È una questione di coerenza.
Perché non si può chiedere al cittadino di rispettare le istituzioni, il territorio, i luoghi della memoria e i simboli della comunità se poi sono le istituzioni, proprio nel momento in cui rappresentano quella comunità, a non dimostrare sufficiente rispetto per il luogo che quella memoria dovrebbe custodire.
La memoria non vive soltanto nelle parole pronunciate durante una cerimonia.
Vive anche in un muro riparato, in un luogo pulito, in una corona deposta con dignità.
E qualche volta, per ricordare davvero i morti, bisognerebbe semplicemente avere cura dei luoghi in cui li ricordiamo.
Aggiungi commento
Commenti