dall'inviato Bruno Marfé
Un paesaggio incenerito. Sessantatré ettari di vegetazione, laghetti e habitat naturali spazzati via dalle fiamme in poche ore. Oggi il Parco umido “La Piana” si risveglia sotto una coltre di fumo e cenere. Una ferita profonda, non solo per l’ecosistema di Castel Volturno, ma per la dignità di un intero territorio.
Secondo i primi riscontri, non sembrerebbe trattarsi di una semplice fatalità. Gli elementi raccolti nelle ore successive al rogo delineano uno scenario che merita attenzione: il cancello d’ingresso, fino a pochi giorni fa chiuso e divenuto simbolo della mobilitazione civile contro il CPR con la catena umana promossa da Libera, è stato trovato aperto; la catena e il lucchetto risultavano rimossi; la centralina elettrica appariva gravemente danneggiata, verosimilmente nel tentativo di compromettere i sistemi di videosorveglianza. Saranno la magistratura e le forze dell’ordine ad accertare la natura dell’incendio e a individuare eventuali responsabilità — un accertamento che riguarda l’intera comunità, al di là delle posizioni sul CPR, perché fa luce su un episodio grave a prescindere da come lo si voglia leggere. Ma la coincidenza tra questi elementi e la mobilitazione in corso contro il centro di permanenza è difficile da ignorare, ed è compito del giornalismo segnalarla senza anticipare conclusioni che non spettano a noi.
L’area della Piana non è un terreno marginale o abbandonato. È uno degli ecosistemi più preziosi del litorale domizio, gestito dal Reparto Carabinieri Biodiversità di Caserta, dove convivono zone umide, vegetazione mediterranea e numerose specie di avifauna. Proprio per rafforzarne la tutela, la Regione Campania ne ha recentemente disposto la designazione come Zona di Protezione Speciale. L’incendio ha devastato un patrimonio ambientale di valore inestimabile, infliggendo una ferita gravissima a un’area che rappresenta un presidio di biodiversità per l’intero territorio.
In queste stesse ore, mentre la Piana veniva divorata dalle fiamme, sono stati resi noti i soggetti che hanno partecipato al bando promosso da Invitalia per conto del Ministero dell’Interno per la realizzazione di un Centro di Permanenza per il Rimpatrio proprio all’interno di quest’area. Un investimento di circa 43,3 milioni di euro per una struttura da 120 posti: oltre 360 mila euro per ogni singolo posto detentivo.
Una cifra enorme che appare difficilmente giustificabile in un territorio che continua ad avere bisogno di bonifiche ambientali, servizi, infrastrutture, scuole, presidi di legalità, opportunità di lavoro e interventi di sviluppo sostenibile. La scelta di destinare un’area di così elevato pregio naturalistico alla costruzione di un CPR continua a suscitare una forte opposizione, non solo per le implicazioni ambientali, ma anche per il modello di sviluppo che sembra rappresentare.
Attorno alla difesa della Piana si è raccolto un fronte ampio e trasversale. La Diocesi di Capua e Caserta, guidata dall’arcivescovo don Pietro Lagnese, la Regione Campania, Libera, il WWF, numerose associazioni ambientaliste e realtà civiche hanno espresso con chiarezza la loro contrarietà al progetto. Pochi giorni fa, proprio davanti a quel cancello oggi trovato manomesso, centinaia di persone avevano formato una catena umana per affermare un principio semplice ma fondamentale: la Piana non si tocca.
Se qualcuno pensava che il fuoco potesse cancellare il valore di quest’area o indebolire la mobilitazione contro il CPR, ha ottenuto l’effetto opposto. Oggi quella ferita rende ancora più evidente ciò che rischiamo di perdere. Le fiamme hanno devastato la vegetazione, ma non hanno bruciato la coscienza civile di una comunità che continua a chiedere tutela, trasparenza e rispetto per il proprio territorio.
Resta ora una domanda che la politica e le istituzioni non possono più eludere: un patrimonio naturalistico appena riconosciuto come Zona di Protezione Speciale può davvero essere considerato compatibile con un’opera destinata a modificarne radicalmente la funzione e l’identità?
La risposta non riguarda soltanto Castel Volturno. Riguarda il modello di Paese che vogliamo costruire, il rapporto tra sicurezza e tutela dell’ambiente, tra interesse pubblico e diritti delle comunità locali.
Noi continuiamo a dirlo con la stessa convinzione di ieri: il CPR alla Piana non lo vogliamo.
E continueremo a difendere questo luogo, ettaro dopo ettaro, con gli strumenti della democrazia, della partecipazione e della legalità. Perché un bosco può essere incendiato. Una comunità consapevole, no.
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